RACCONTO BREVE

Bambole

BAMBOLE

«Mamma!!!!»

Nel salone risuona la richiesta d’aiuto di Michela intenta a giocare con le sue bambole e costretta, come ogni giorno, a sopportare i dispetti del fratello Paolo. La trovata odierna è semplice quanto ingegnosa: piccole palline, minuziosamente realizzate appallottolando con cura le pagine del giornale lasciato dal padre sul divano, colpiscono la bambina e i suoi giocattoli per poi depositarsi sul tappeto.

«Pioggia di meteoriti!  BOOM! BOOM!»

A Michela non resta che invocare l’arbitro delle sfide che, contro il fratello, finisce sistematicamente per perdere.

«Mamma!»

Alla seconda richiesta di soccorso si avverte il ticchettio dei passi, un incedere rapido e inesorabile che preannuncia urla, rimproveri e magari persino uno di quei sani sganassoni che, sul sedere di un bambino, così sani non sembrano mai.

«Paolo! Perché devo sempre ripeterti le cose cento volte? Ma che cosa hai combinato? Guarda! Il giornale di papà! Bravo! Stasera glielo spieghi tu, quando torna a casa! Adesso hai cinque minuti esatti per ripulire tutta la sporcizia che hai fatto».

Cosa pensano i bambini durante queste paternali? Gli occhi di Paolo tradiscono soltanto la paziente attesa che quel fastidioso rumore di fondo giunga al termine, sebbene, quando incrociano lo sguardo severo della madre, sappiano offrire la migliore interpretazione di due occhioni carichi di rammarico. Michela, al contrario, gongola con la soddisfazione di chi, pur non avendo sconfitto l’avversario con le proprie forze, può comunque assaporare il gusto della vittoria.

Mentre la mamma torna alle sue faccende in cucina, la bambina si libera con un rapido gesto degli ultimi meteoriti rimasti impigliati tra i capelli e torna a occuparsi delle due bambole che, distese sul tappeto, sembrano quasi godersi la messa in scena di quei giganti dalle grida facili. Paolo, invece, raccoglie frettolosamente le palline di carta sparse sul pavimento, ma la sua mente è già altrove, proiettata verso il prossimo scherzo e la tremenda vendetta alla quale sottoporrà la sorellina.

* * * * *

Che la festa abbia inizio.

Il grande vantaggio di essere sola in casa, quella piccola conquista che consente di ascoltare la musica a un volume prossimo alla soglia del dolore, è davvero una gioia impagabile. Mentre i vetri delle finestre partecipano alla colonna sonora con una rumorosa vibrazione, i due gatti persiani scattano a rifugiarsi sotto il letto e i piccoli oggetti poggiati sulla mensola, accanto alla cassa acustica, accompagnano Valentina nella sua sfrenata danza tribale.

Alla soglia dei trent’anni non si sarebbe mai aspettata di tornare a sentirsi come una ragazzina. Quando le prospettive della vita assumono la forma concreta di veri e propri progetti, una casa tutta sua, il lavoro finalmente stabile, la palestra tre volte alla settimana e le quattro amiche d’infanzia con cui uscire il sabato sera, si è portati a credere che le novità e gli avvenimenti imprevisti possano sconvolgere, al massimo, una giornata oppure, quando le cose vanno davvero oltre ogni aspettativa, un paio di fine settimana.

«Dove sta scritto, in fondo, che si debba essere in due?»

Passando davanti allo specchio, Valentina è colta da un’improvvisa esitazione e interrompe la sua danza. Si osserva, scostandosi i capelli dagli occhi, e quando si accorge di essere arrossita in un moto di sincero imbarazzo non può fare a meno di ridere di se stessa.

«Che scema sono diventata!»

Due occhi incontrati nella notte, all’uscita della festa più noiosa della sua vita. Un sorriso dolcissimo regalatole sotto il portico e, poi, quelle poche parole che non le erano più uscite dalla testa.

«Io mi chiamo Alessandro».

Una frase banale, la più comune delle presentazioni, l’aveva però ripagata di una serata decisamente sgradevole, alleviando quel senso di tempo sprecato che l’aveva accompagnata per tutta la festa.

«Io sono Valentina, o almeno lo ero prima che questa serata lasciasse segni indelebili nella mia psiche».

L’aveva visto ridere di gusto e, come in una scena al rallentatore, aveva osservato con minuziosa attenzione le sue labbra muoversi, la bocca trasformarsi e i denti scoprirsi poco alla volta dentro quel sorriso. Quasi per spirito di emulazione, le labbra di Valentina avevano seguito quelle di lui, aprendosi nella stessa risata. Ecco, quello si che aveva lasciato un segno indelebile. Aveva prodotto una di quelle sensazioni che sembrano pura magia, una parentesi della vita nella quale puoi dire con certezza che essere felici significa anche soltanto provare, per un istante, un’emozione che non credevi più possibile.

Da quel giorno niente era rimasto uguale. Il novanta per cento delle sue famose prospettive di vita era stato completamente rivoluzionato.

«Dove sta scritto, in fondo, che dovessi restare da sola?»

* * * * *

Da dieci anni si ritrovavano nello stesso bar. Il consueto sabato pomeriggio trascorso a giocare a biliardo con gli amici era una delle poche abitudini rimaste immutate nella vita di Alessandro da quando aveva incrociato due occhi capaci di stregarlo, al termine di una festa alla quale, fino all’ultimo momento, era stato tentato di non andare.

«Cosa si dice in questi casi? Non possiamo certo augurarci di rivederci a un’altra festa del genere.»

Avevano trascorso un’ora a parlare e ridere di cose delle quali, anche sforzandosi, Alessandro non sarebbe riuscito a ricordare il contenuto. Gli occhi di Valentina, al contrario, non era più riuscito a toglierseli dalla mente.

«Grazie per le risate che mi hai fatto fare. Un’ora fa ero convinta che difficilmente avrei potuto vivere una giornata peggiore di questa.»

Si erano salutati. Valentina era salita in macchina e aveva imboccato la strada di casa, mentre Alessandro aveva raggiunto la propria moto e, dopo alcuni istanti trascorsi a darsi dell’imbecille, si era lanciato al suo inseguimento.

«Forse adesso mi prenderai per uno dei soliti provoloni, ma non potevo lasciarti andare così. Voglio dire… e se ci tenessimo in contatto?»

Quel sorriso compiaciuto e i dieci numeri scritti sul retro della ricevuta di un parcheggio del centro storico erano stati l’inizio della loro storia.

«Ale, sveglia! Tocca a te!»

«Questo si assopisce durante la partita. Mi sa che la Vale ti sta togliendo il sonno!»

Lo stesso bar, il solito sabato pomeriggio trascorso a giocare a biliardo e, immancabili, le prese per i fondelli degli amici.

Un colpo secco, seguito dal rumore dei cinque piccoli birilli che schizzano verso le sponde del tavolo da gioco e il dito medio che Alessandro solleva dalla stecca rappresentano la risposta più efficace a quelle provocazioni, per di più senza alcuno spreco di parole.

Mi sto davvero innamorando?

Negli ultimi mesi si era posto quella domanda molte volte. Ammetterlo era difficile senza essere attraversato da una strana inquietudine che, in certi momenti, aveva il sapore della paura. Non temeva di coinvolgersi, né di impegnarsi in una relazione stabile; ciò che lo spaventava era ritrovarsi a dipendere da lei, consegnarle una parte di sé e scoprire quanto irrimediabilmente avrebbe potuto soffrire se Valentina lo avesse lasciato. Quando veniva assalito da una di quelle crisi, iniziava una sorta di training autogeno nel tentativo di rinchiudere ciò che provava all’interno di uno degli schemi rassicuranti che la mente è tanto abile a costruire.

La paura di soffrire è l’altra faccia dell’amore, ma si può imparare a conviverci. Questa ragazza potrebbe davvero essere quella giusta. Hai le spalle larghe e ciò che non ti uccide ti fortifica.

Ripeteva fra sé e sé quell’insieme di luoghi comuni come un mantra, fino a quando le ansie e le paure non cominciavano ad alleggerirsi. Poi la incontrava, la guardava, la baciava e il battito rapido del cuore spazzava via, in un solo istante, ogni elucubrazione mentale.

«Dove vanno stasera i piccioncini?»

Bella domanda. Alessandro aveva deciso di non opporre più alcuna resistenza. Si era innamorato. Finalmente era riuscito ad ammetterlo senza provare paura e ora non gli restava che dirlo anche a lei.

«A cena, al mare. Le solite cose.»

Non sarebbe stato affatto un comune sabato sera e Alessandro lo sapeva bene.

* * * * *

«Sarà qui a momenti, credo, tenendo conto del suo ritardo cronico. Ci sentiamo domani, Isa. Un bacio.»

Dopo aver riposto il cellulare, Valentina rivolge uno sguardo alla montagna di vestiti che ricopre il letto, scuote la testa sorridendo e torna davanti allo specchio.

Una sorpresa. Sarà un regalo? Probabilmente la borsa che abbiamo visto insieme al centro commerciale.

Dire che qualcosa esposto in una vetrina ti piace molto è ormai una consuetudine e significa fornire un’indicazione precisa riguardo al prossimo regalo che desideri ricevere. Chissà se è vero, ma certamente, fino a quel momento, aveva sempre funzionato.

«Mica devo sentirmi in colpa per questo, no?»

Immersa in quei pensieri e curiosa di scoprire che cosa abbia organizzato il suo ragazzo, Valentina si osserva ancora una volta nello specchio, poi si avvicina alla finestra nell’attesa di vedere comparire la moto di Alessandro in fondo alla strada.

Quando si può dire che un amore durerà per sempre?

Dopo quanti mesi o quanti anni durante i quali l’emozione di incontrarsi rimane la stessa del primo giorno si può avere la certezza che sarà così anche in futuro?

Ma, soprattutto, può davvero esistere un futuro che duri per sempre?

Il fumo della sigaretta che Valentina soffia dalla bocca si infrange contro il vetro proprio mentre, dalla coltre di nebbia grigia appena creata, emerge il faro luminoso della moto di Alessandro.

«Si! Può essere per sempre.»

* * * * *

Le ultime due palline di carta vengono spinte furtivamente sotto il divano e la pulizia può considerarsi conclusa. Paolo si guarda intorno per accertarsi che il suo gesto non sia stato colto da occhi indiscreti, quindi si siede sulla poltrona e accende la televisione. Michela, intenta a giocare con le sue bambole, è ormai padrona assoluta del tappeto. Ride, parla sottovoce e muove i personaggi della sua fantasiosa animazione, tanto assorta da sembrare lontanissima da tutto ciò che la circonda.

Con passi lenti e silenziosi, la mamma si affaccia per una rapida occhiata di controllo. Quando i bambini urlano e litigano accorre immediatamente, ma il silenzio la preoccupa sempre molto di più.

Paolo si volta a guardarla con occhi angelici e un sorriso dolcissimo che la donna ricambia compiaciuta. Non può immaginare che l’atteggiamento del figlio sia quello di chi si sta preparando a sferrare l’attacco finale.

«Hai raccolto tutta la sporcizia che avevi fatto. Bravo.»

La mamma può tornare in cucina, senza però risparmiarsi alcune nuove raccomandazioni che la ripaghino del tempo sottratto alle faccende domestiche per svolgere il proprio compito di guardiano.

Paolo si alza, osserva per qualche istante la sorella e si incammina verso la sua camera. Il raggio di sole che filtra dalle finestre e lo colpisce alle spalle proietta sul parquet scuro la sagoma allungata dello stratega che si prepara alla guerra.

Michela, immersa nel gioco, non si accorge di nulla. Muove le bambole una accanto all’altra e bisbiglia frasi certamente chiare nella propria mente, ma quasi incomprensibili all’orecchio umano.

* * * * *

«Sei bellissima, Vale. Ti ricordi? E’ passato poco più di un anno dalla nostra prima cena, proprio qui.»

Come potrebbe dimenticarlo? La notte del primo bacio, il primo vero contatto con quelle labbra che da due settimane sognava di sfiorare. Il suono e il profumo del mare, insieme al cielo stellato che si rifletteva sull’acqua, avevano creato un’atmosfera magica intorno al volto di quel ragazzo che conosceva ancora così poco, ma al quale, d’istinto, sentiva che avrebbe potuto affidare la propria vita.

«E’ stata davvero una bellissima sorpresa.»

Al diavolo la borsa del centro commerciale.

Alessandro le sorride mentre porta una sigaretta alle labbra. È imbarazzato, avverte un leggero tremore alle mani e, cercando l’accendino nella tasca dei pantaloni, sfiora la piccola scatola che vi tiene nascosta.

Qual è il momento giusto?

Da una settimana cerca di immaginare l’occasione perfetta. Prima di ordinare la cena potrebbe posare la scatola davanti a lei oppure aspettare che si allontani dal tavolo per qualche minuto e fargliela trovare sul tovagliolo al suo ritorno. Potrebbe prenderle una mano, accarezzarla e poi infilarle lentamente l’anello al dito. Ogni momento considerato perfetto sembra soltanto il preludio a un istante ancora più adatto, a un’idea spiritosa o a un gesto di estrema tenerezza che possa creare l’atmosfera indimenticabile che Valentina merita.

Mentre sfiora di nuovo la scatola nella tasca, Alessandro alza lo sguardo verso di lei.

Quegli occhi meritano qualcosa di speciale.

Valentina prende dal tavolo il pacchetto delle sigarette, ne accende una e gli sorride.

«Lo vedi, vero, quanto sono felice?»

* * * * *

La mamma torna ad affacciarsi alla porta del salotto non appena si accorge che la luce è stata spenta.

«Cosa fai al buio, Michela?»

«E’ notte, mamma. Non lo vedi?»

La donna sorride e si allontana, sollevata che i litigi serali siano finalmente terminati senza provocare danni troppo gravi.

* * * * *

«Ale, mi sembra di rivivere quel giorno, sai?»

«Anch’io ci ripenso spesso e riconosco che, durante la passeggiata sulla spiaggia, sembravo davvero un pezzo di legno. Avevo mille pensieri nella testa ed ero avvolto da un’emozione che quasi mi bloccava. Desideravo baciarti e cercavo di capire quando avrei potuto farlo, se potevo avvicinarmi a te.»

«Poi mi hai preso la mano mentre passeggiavamo…»

Ora che camminano di nuovo mano nella mano, con i piedi immersi nell’acqua, Alessandro si sente lo stesso pezzo di legno di quella sera, forse ancora più emozionato e, ancora una volta, intento a cercare il momento giusto.

«E adesso siamo qui. L’avresti mai detto?»

«Ci speravo, ma persino abbandonarmi alla tentazione di crederci un po’ mi terrorizzava.»

Alessandro le posa un braccio sulle spalle e la stringe a sé, mentre continuano a camminare verso un piccolo pontile proteso sul mare.

Quello è il luogo giusto per dirle ciò che il suo cuore sta ormai gridando a squarciagola. Lo era stato quando si erano baciati per la prima volta e lo è ancora adesso, mentre il rumore dell’acqua sembra proteggerli da tutto ciò che esiste oltre quella notte.

Sono soltanto due parole, in fondo. Due parole mai pronunciate per nessuna donna in trent’anni di vita.

Alessandro era sempre stato sicuro che, prima o poi, sarebbe accaduto, ma si era anche convinto che lo avrebbe fatto soltanto perché esistono situazioni, momenti e atmosfere nei quali quelle due parole devono essere inevitabilmente pronunciate. Ora, invece, sta per dirle e non c’è alcuna forzatura, nessuna frase di circostanza. Avere aspettato fino a quel momento non era stata prudenza. Era stata, semplicemente, l’attesa di lei.

«Siamo immersi nelle stelle, come un anno fa. Stelle nel cielo, stelle nel mare.»

«Il nostro primo bacio.»

Valentina sorride guardandolo negli occhi. Alessandro le prende delicatamente il viso tra le mani e la accompagna in un bacio lento, dolcissimo. Si sente come un nuotatore che riempie i polmoni di ossigeno prima dell’immersione.

«Ti amo, Valentina. Ti amo davvero».

La vita è una sorpresa continua.

Ora la sente abbracciata a lui, stretta contro la sua schiena mentre siede sul sellino posteriore della moto. In quell’abbraccio percepisce tutto l’amore, l’emozione e la gioia che Valentina sta provando.

La piccola scatola nella tasca, però, comincia a pesare quanto un mattone. Non può continuare a cercare il momento giusto, ormai deve darle l’anello appena arrivati sotto casa. Sarà l’ultima occasione della serata.

Alessandro si sente finalmente libero, leggero, felice. È riuscito nella sua impresa titanica e adesso, nello stomaco, avverte il turbinio di un fiume in piena che ha appena rotto gli argini.

Valentina lo stringe forte. Con la testa poggiata sulla sua schiena e gli occhi chiusi, continua a rivivere il momento più bello della propria vita. La voce del ragazzo risuona nella sua mente e quella frase, inattesa e improvvisa, si ripete senza sosta.

Ti amo, Valentina. Ti amo davvero.

Ti amo, Valentina. Ti amo davvero.

Ti amo, Valentina. Ti amo davvero.

Un fremito crescente la spinge a stringersi sempre di più a lui, mentre comprende quanto due corpi, quando sono così vicini, sappiano trasmettersi emozioni magiche e silenziose.

* * * * *

Paolo è pronto per lo scontro finale.

Nascosto dietro la porta, osserva la sorellina che gioca sul tappeto e ne studia i movimenti come un animale appostato prima della caccia. Torna rapidamente in camera, si siede a terra ed estrae dalle tasche la maggior parte delle palline di carta raccolte poco prima. Le sistema, una dopo l’altra, sul rimorchio del camioncino telecomandato e, cercando di non fare rumore, solleva il giocattolo per posizionarlo vicino alla porta del salotto. Il suo viso torna a fare capolino oltre lo stipite per controllare Michela, poi Paolo si volta verso la cucina, assicurandosi che la mamma non lo stia osservando.

La missione, questa volta, non può fallire.

Michela porta a spasso le bambole sul pavimento del salotto, prima facendole girare intorno al tavolo, poi avvicinandosi al muro e, infine, riportandole sul tappeto.

Paolo entra nella stanza con aria indifferente, si accomoda sul divano e osserva la scena che si svolge ai suoi piedi. Da dietro la schiena estrae il radiocomando. Il pollice si posa sulla leva.

Poi, lentamente, lo spinge in avanti.

* * * * *

Non posso aspettare. Non voglio perdere la magia di questo momento.

Alessandro è sempre più convinto che il momento giusto sia finalmente arrivato. Mentre guida, si rende conto che soltanto poche curve li separano dal belvedere, la piazzetta panoramica con la panchina affacciata sul mare che già un anno prima li aveva accolti durante il viaggio di ritorno in città.

Seduti l’uno accanto all’altra, con il golfo spalancato davanti ai loro occhi, avevano trascorso quasi un’ora senza parlare, completamente rapiti dalla pace di quel luogo e da una felicità ancora troppo fragile per essere nominata.

Quello è il posto giusto.

La mano di Alessandro stringe l’acceleratore e il polso compie una breve rotazione, spingendo la moto verso l’ultimo tassello di un disegno che, nel giro di pochi minuti, sarà finalmente completo. Dietro la visiera, gli occhi del ragazzo si stringono per fare spazio al sorriso che lentamente gli riempie volto. Pensa a Valentina, al modo in cui lo abbraccia, al viso che avrà quando lui aprirà quella piccola scatola. La sente dietro di sé, ancora ignara della nuova sorpresa che la serata le sta riservando.

La moto imbocca l’ultima curva prima del belvedere.

Il sorriso di Alessandro scompare.

Dietro la visiera, i suoi occhi si spalancano nel preciso istante in cui incontrano quelli terrorizzati dell’uomo alla guida del camion che invade la loro corsia.

* * * * *

«Mamma!»

Un urlo straziante attraversa la casa.

Il camioncino carico di palline di carta, dopo aver travolto le bambole di Michela, continua a sbattere contro il muro. Paolo è ancora seduto sul divano, gli occhi fissi e sgranati, il pollice immobile sulla leva del radiocomando spinta in avanti.

Michela piange disperata, distesa sul tappeto, mentre guarda le due bambole che giacciono sul pavimento, l’una accanto all’altra.

«Mamma! Paolo ha ucciso Vale e Alessandro!»

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