RACCONTO BREVE

Il bar

IL BAR

Ieri l’ho vista di nuovo. Come sempre, era bellissima. 

Ha varcato l’ingresso del bar con il sorriso sulle labbra e ha salutato Marina, la barista, sua amica d’infanzia. Ho accompagnato con lo sguardo il suo incedere, così femminile e sbarazzino, fino alla parte del bancone in cui vengono servite le colazioni.

«Cornetto al cioccolato bianco e caffè macchiato?», le ha chiesto Marina.

«Ovvio! Come stai?»

Mi sono perso a osservare il lento movimento delle sue labbra mentre, tra una parola scambiata con l’amica e un sorso di caffè, lasciavano un’ intensa impronta rossa sul bordo della tazzina.

Quando si è voltata, incrociando per un istante i miei occhi mentre addentava il cornetto ancora caldo, ho distolto lo sguardo, colto da un moto d’imbarazzo che mi ha fatto sentire improvvisamente scoperto. Il suono della sua voce, mentre concludeva la conversazione con Marina, mi ha riempito la mente di pensieri audaci che, come sempre, non avrei avuto il coraggio di trasformare in parole.

La aspettavo quasi ogni giorno da sei mesi. 

Tutto era iniziato una mattina in cui, mentre stavo uscendo dal bar, l’avevo vista avvicinarsi e mi ero fermato a tenerle aperta la porta.

«Grazie!», mi aveva detto.

Una sola parola, accompagnata da un sorriso dolcissimo, era bastata per farmi conoscere la sua voce e consegnarla alla mia memoria. Da allora non ero più riuscito a dimenticarla.

Nei due giorni successivi ero tornato al bar alla stessa ora, sperando di rivederla e, magari, di scoprire qualcosa in più su di lei. Nel silenzio della mia immaginazione, ripetevo tutte le frasi che avrei potuto usare per un approccio spiritoso, qualcosa che riuscisse a colpirla e a trasformare un incontro casuale nell’inizio di una conoscenza. Per due mattine avevo lasciato il bar portandomi dietro il peso della delusione. Forse era soltanto un’avventrice occasionale, di passaggio in paese per motivi di lavoro e, quel sorriso e quel saluto sarebbero rimasti l’unico ricordo di lei. Pochi secondi destinati a sbiadire pian piano.

Il terzo giorno la rassegnazione aveva iniziato a prendere il sopravvento. Stavo bevendo il mio caffè e scorrendo distrattamente le ultime notizie sullo smartphone quando la melodia squillante del suo saluto alla barista mi aveva provocato un brivido di gioia lungo la schiena.

Alessia. Avevo scoperto il suo nome ascoltando Marina salutarla e, da quel momento, anche le fantasie avevano avuto qualcosa di reale a cui aggrapparsi.

Giorno dopo giorno ero venuto a sapere, attraverso i frammenti di conversazione rubati nei pochi minuti trascorsi al bar, che lavorava nella filiale del Credito Emiliano poco distante. Mi ero chiesto quante volte, inconsapevolmente, fossi passato a pochi metri da lei, mentre era immersa nelle telefonate con i clienti, nelle operazioni di cassa o nelle e-mail alle quali rispondeva digitando rapida sulla tastiera del computer. E quante volte l’avrei attesa seduto a quel tavolino, così vicino alla scrivania alla quale trascorreva gran parte delle sue giornate, diviso da lei soltanto da poche decine di metri e da un coraggio che continuava a mancarmi.

Aprivo gli occhi al mattino e, mentre mi vestivo prima di uscire per la colazione, mi ripromettevo che sarebbe stato il giorno giusto, la volta buona. Mi convincevo che sarei finalmente riuscito a compiere quel passo, a presentarmi e a farle sapere che su questa terra immensa eppure così piccola, esistevo anch’io.

Intanto erano trascorse intere settimane. La sua fretta, la mia emozione, la sua bellezza e la mia timidezza avevano sempre remato contro i miei progetti e i miei modesti sogni di gloria. Così continuavo ad ascoltarla e a guardarla entrare e uscire, notando ogni volta i particolari accuratamente scelti del suo abbigliamento, il suono dei tacchi sul pavimento e il rosso delle sue labbra, delle quali, fin dal primo istante, mi ero perdutamente invaghito.

La voce di Marina mi riporta al presente.

«Ci vediamo domani o pensi di passare più tardi per la pausa caffè?”, le chiede, porgendole le poche monete di resto.

«Domani. Oggi sono in ferie e mi aspetta un’intensa giornata di shopping in centro a Bologna.»

Mi alzo di scatto e, incamminandomi verso l’uscita, lascio tre euro sul bancone, vicino alla cassa.

Fuori dal bar sento le mani sudare e il cuore battere forte. Cammino nervosamente avanti e indietro, aspettando di vederla uscire, mantre ripasso ancora una volta la frase con cui ho deciso di rompere il ghiaccio. Tra le centinaia preparate durante quei mesi ho scelto la più banale, forse perché, alla fine, ogni parola mi sembra troppo piccola per sostenere tutto ciò che ho immaginato.

La porta si apre.

Alessia esce dal bar con un piccolo salto per superare lo scalino dell’uscio, poi solleva lo sguardo e il suo volto si illumina.

«Ciao!»

Per un istante, uno soltanto, credo che quel saluto sia rivolto a me. Il cuore accelera, le labbra si schiudono e tutte le parole provate per mesi si affollano insieme, incapaci di trovare un ordine. Sto per muovere il passo di non ritorno quando la vedo aprire le braccia e accogliere quell’uomo.

Assisto inerme al bacio leggero schioccato da quelle labbra rosse che, per sei mesi, hanno tormentato il mio sonno. Un gesto semplice, naturale, forse ripetuto mille volte, che in pochi secondi disperde tutte le storie che avevo costruito senza che lei ne sapesse nulla.

Li guardo allontanarsi insieme, le mani intrecciate e il passo accordato, mentre sul suo volto risplende un sorriso che non le avevo mai visto.

Bella come non mai.

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