Carlo e Matteo avevano affidato a una moneta la decisione su chi dei due si sarebbe occupato della spesa settimanale, con quella solennità ridicola riservata alle questioni prive di qualsiasi importanza quando, tuttavia, nessuno ha voglia di farsene carico.
Carlo aveva scelto testa. Era uscita croce.
«Almeno fossi fortunato in amore.», aveva commentato, raccogliendo dal divano la felpa blu, abbandonata lì dalla sera precedente.
«Per quello bisognerebbe che tu uscissi di casa anche quando non perdi a testa o croce.»
Carlo lo aveva mandato a quel paese con un gesto eloquente senza neppure voltarsi, poi aveva sollevato il cappuccio sopra i capelli spettinati ed era uscito dall’appartamento.
Il supermercato era dall’altra parte della strada, a pochi metri dal portone del palazzo, una distanza sufficientemente breve da aver trasformato, nel tempo, quella vicinanza in un alibi perfetto per una dieta basata sull’improvvisazione. Carlo non programmava quasi mai cosa mangiare e Matteo, se lasciato libero di decidere, considerava una pizza surgelata alla stregua di un piatto gourmet.
Il risultato di quella gestione domestica stava sfilando sul nastro trasportatore della cassa sotto forma di patatine, salatini, affettati confezionati, pane bianco per tramezzini, biscotti, qualche scatoletta e una quantità di birra che suggeriva una vita sociale decisamente più intensa di quella che Carlo conduceva.
La cassiera passò la prima confezione davanti al lettore ottico, poi la seconda e, arrivata al terzo pacchetto di patatine, sollevò gli occhi verso di lui.
«Stai organizzando una festa di terza media?»
Per qualche strana ragione il cervello di Carlo che, durante gli esami, riusciva a discutere per venti minuti della poetica di Montale senza consultare una riga di appunti, in quel momento smise di collaborare.
«Eh… in effetti…»
La ragazza attese qualche attimo, probabilmente nella speranza che la frase avesse un seguito, quindi tornò a passare gli articoli sul lettore.
Beep.
Beep.
Beep.

Carlo avrebbe voluto dire qualcosa, qualunque cosa. Persino una stupidaggine sarebbe stata preferibile a quel silenzio da adolescente sorpreso a fare qualcosa di sconveniente. Invece rimase lì, intento a infilare la spesa nelle borse, mentre cercava disperatamente una frase abbastanza brillante da cancellare l’impressione di essere incapace di sostenere una conversazione di otto parole.
La trovò, naturalmente, soltanto quando aveva già pagato con l’Apple Watch, raccolto le borse e attraversato la porta automatica.
Accadeva sempre così. La sua eloquenza possedeva un talento particolare per manifestarsi soltanto quando non serviva più.
Percorse la breve distanza verso casa accusandosi ripetutamente di essere un coglione e, dopo le prime tre volte, non ebbe nemmeno più bisogno di formulare la frase per intero. Gli bastava ricordare quegli occhi, gli stessi che non aveva avuto il coraggio di sostenere al momento del saluto e ai quali, invece, aveva continuato a pensare per tutto il tempo in cui la commessa aveva composto il suo scontrino al ritmo regolare del lettore ottico.
Arrivato davanti al palazzo vide Matteo partire con lo scooter e, rientrato in casa, lasciò le borse sul tavolo della cucina senza neppure svuotarle. Collegò l’iPhone alla cassa Bluetooth, fece partire in ordine casuale la playlist dedicata a Vasco e si avvicinò alla finestra.
Da lì il supermercato si vedeva quasi interamente e Carlo si rese conto di non aver mai incontrato prima quella ragazza. Probabilmente lavorava lì da poco.
Rimase qualche minuto a osservare le porte automatiche aprirsi e richiudersi, fingendo con se stesso di non sapere esattamente che cosa stesse aspettando.

Veronica lavorava al supermercato da sei giorni e, contrariamente alle previsioni di quasi tutte le persone che la conoscevano, non lo odiava.
Le facevano male i piedi, la divisa aveva un taglio che sua madre aveva definito “un attentato alla dignità umana” e aveva già imparato che esistevano clienti capaci di interpretare la mancanza di un determinato prodotto sugli scaffali come una violazione dei diritti costituzionali. Eppure, quando alla fine del turno timbrava l’uscita, provava una soddisfazione che non aveva mai conosciuto perché, per la prima volta, il denaro che guadagnava era suo. Non proveniva dall’accredito puntuale del padre, da una carta di credito collegata a un patrimonio per cui non aveva alcun merito e neppure dalla benevola concessione di qualcuno che, dopo averle dato i soldi, si sentiva autorizzato a decidere per lei cosa dovesse farne.
Se l’era guadagnato con il suo lavoro.
La sera in cui aveva comunicato ai genitori di aver trovato quell’impiego, suo padre aveva deposto le posate accanto al piatto e l’aveva guardata come se gli avesse confessato di voler entrare nell’esercito e partire per il fronte.
«In un supermercato.»
Non era stata una domanda.
«Sì.»
«Alla cassa.»
«Sì, anche.»
Sua madre aveva continuato a mangiare con l’espressione tipica di chi spera che ignorare un problema lo faccia scomparire.
«Posso sapere perché?»
Veronica aveva sorriso.
«Perché assumono.»
Suo padre non aveva apprezzato l’ironia.
La discussione che ne era seguita era stata soltanto l’ultima di una serie iniziata mesi prima, quando Veronica aveva lasciato Giurisprudenza. La fotografia, secondo suo padre, poteva essere una passione, forse persino un hobby serio, purché restasse confinato nello spazio innocuo delle cose che si fanno dopo aver costruito una vita vera; per Veronica, invece, era l’unico momento in cui aveva la sensazione di non interpretare una parte scritta da qualcun altro. Aveva ventidue anni e, fino a quel momento, quasi ogni scelta importante della sua vita era arrivata già confezionata: la scuola superiore, l’università, le amicizie giuste e persino Fabio era stato semplicemente la scelta corretta, non quella fatta con il cuore.
Fabio era figlio del commercialista di suo padre, brillante, sicuro di sé e perfettamente a proprio agio in quel mondo nel quale Veronica aveva imparato, fin da bambina, che una buona impressione contava quasi quanto una buona intenzione se non, in certi momenti, decisamente di più. Lei aveva cominciato a sentire di non appartenervi molto prima di trovare il coraggio di ammetterlo.
Il supermercato, paradossalmente, le piaceva proprio per questo. Davanti alla cassa passava tutto il mondo. C’erano bambini che le regalavano sorrisi e altri capaci di mettere in scena la morte di Antigone perché la madre rifiutava di comprare un ovetto di cioccolato, muratori con la polvere ancora attaccata ai pantaloni che acquistavano pane, salame e bottiglie di birra, anziani che arrivavano sempre insieme e discutevano davanti al nastro su quale marca di biscotti fosse in offerta, studenti che parevano nutrirsi esclusivamente di alimenti che potessero essere consumati senza bisogno di allacciamento del gas o dell’energia elettrica.

Veronica li osservava con la stessa attenzione che metteva nella fotografia, cercando quel momento minuscolo in cui una persona, dimenticandosi di essere guardata, diventava improvvisamente vera.
Quella mattina aveva notato anche il ragazzo con la felpa blu. Non perché fosse particolarmente appariscente, semmai per il contrario. Era bello, questo sì, ma sembrava fare tutto il possibile perché nessuno se ne accorgesse. I capelli scuri spettinati, la barba di qualche giorno, gli abiti scelti con l’attenzione cromatica di chi si veste al buio e uno sguardo sorprendentemente intenso.
Poi lei aveva fatto una battuta e lui era diventato color porpora.
Veronica sorrise, ripensandoci, mentre sistemava alcune confezioni vicino alla cassa. Le persone timide le erano sempre sembrate affascinanti, in un mondo pieno di gente che faceva rumore per convincere gli altri di avere qualcosa da dire, incontrare qualcuno incapace di assumere il tipico atteggiamento spavaldo, aveva quasi qualcosa di rassicurante.
Carlo frequentava il terzo anno di Lettere moderne e possedeva un numero di amici talmente ridotto da poter essere contato senza utilizzare entrambe le mani. Matteo costituiva l’eccezione più evidente.
Quando avevano iniziato a condividere l’appartamento, Carlo era convinto che si sarebbero limitati a dividersi l’affitto, il frigorifero e una quantità variabile di reciproca insofferenza. Matteo studiava Ingegneria civile, aveva sempre qualcuno da incontrare, una festa a cui partecipare o una ragazza di cui raccontare dettagli che Carlo non aveva mai chiesto di conoscere. Erano talmente diversi che, contro ogni previsione, avevano finito per funzionare.
Matteo non pretendeva di trascinarlo fuori dalla sua zona di comfort e Carlo, in cambio, aveva imparato a tollerare la presenza di esseri umani nel soggiorno dopo mezzanotte.
La timidezza, invece, era una questione più antica.
Per anni Carlo l’aveva considerata una specie di difetto di fabbrica, qualcosa che prima o poi avrebbe dovuto correggere per diventare la persona che immaginava gli altri si aspettassero da lui. Aveva provato a costringersi a uscire, a parlare di più, a fingere una sicurezza che non possedeva, ottenendo quasi sempre l’effetto opposto perché più cercava di assomigliare a qualcuno che non era, più avvertiva la propria inadeguatezza.
Poi aveva smesso, crescendo, quando aveva cominciato a concedersi una forma di indulgenza che, da adolescente, non aveva conosciuto. Aveva capito che non tutto ciò che ci rende difficile stare al mondo deve necessariamente essere estirpato, che alcune cose vanno comprese, altre smussate e altre ancora semplicemente accolte perché combatterle ogni giorno finisce per renderle molto più grandi di quanto siano.
Con le persone continuava a essere impacciato. Con le parole, no. Le parole scritte erano il luogo nel quale Carlo non balbettava mai.

Componeva poesie da quando aveva quindici anni, inizialmente con quella gravità adolescenziale per cui ogni cotta sembrava destinata a modificare la storia della letteratura, poi con una consapevolezza diversa. Scrivere gli permetteva di fermare ciò che nella vita accadeva troppo velocemente: un’espressione, una luce, il modo in cui qualcuno abbassava gli occhi, la malinconia improvvisa di una strada al tramonto. Ma soprattutto gli concedeva una capacità che, nella vita reale, non possedeva perché sulla carta non era costretto a trovare immediatamente il coraggio di dire le cose, poteva avvicinarsi piano, lasciare che un’emozione affiorasse senza doverla spiegare, nascondendosi quel tanto che bastava, tra le righe, in attesa che qualcuno, un giorno, potesse avere voglia di cercarlo.
Quella sera aprì il taccuino dalla copertina nera che teneva accanto al letto. Non aveva intenzione di scrivere della cassiera e, naturalmente, scrisse di lei.
Sogni
Non riusciva a smettere di guardarla
con la stessa sognante espressione
con cui trascorreva interminabili minuti
a osservare il sole nascondersi dietro l’orizzonte.
Attesa,
tenerezza,
desiderio,
ma, più di tutto, puro e semplice stupore
per quel dono inaspettato di Madre Natura.
Rilesse i versi, chiuse il quaderno e provò a convincersi che la faccenda fosse terminata lì. Dopo cinque minuti lo riaprì.
La mattina seguente vide una Mini nera entrare nel parcheggio del supermercato. La ragazza si sistemò i capelli prima di scendere, chiudere l’auto e avviarsi verso l’ingresso.
Carlo rimase alla finestra. Si voltò verso il taccuino sulla scrivania alle sue spalle e, per un istante, pensò che fosse una pessima idea.
Un’ora più tardi stava attraversando la strada con un foglio piegato nella tasca della felpa.
Veronica trovò il biglietto al termine del lavoro. Lo vide sotto il tergicristallo e pensò immediatamente a uno dei volantini del ristorante cinese che venivano spesso distribuiti nel parcheggio. Lo afferrò distrattamente, pronta ad accartocciarlo, ma la carta era diversa e, soprattutto, sopra non c’erano immagini. Solo parole scritte a mano.

Lesse la poesia in piedi accanto alla macchina una prima volta, poi una seconda e, alla terza, sollevò istintivamente lo sguardo. Il parcheggio era quasi vuoto e il cielo aveva già assunto quel colore incerto che precede la sera. Un uomo stava caricando alcune borse nel bagagliaio dell’automobile e una donna adagiava un bambino sul seggiolino. Nessuno sembrava osservarla, così Veronica riportò lo sguardo sul foglio.
Non era mai stata una grande lettrice di poesia, ma il pensiero che qualcuno aveva scritto quelle righe pensando a lei le procurava una sensazione difficile da collocare.
Di complimenti ne aveva ricevuti parecchi nella vita e aveva imparato presto quanto poco contassero certe parole, perciò non si trattava di semplice lusinga. Somigliava piuttosto alla sensazione di essere stata osservata senza essersene accorta, quasi fotografata. Piegò il foglio e lo ripose nella borsa.
Durante il tragitto verso casa pensò a Fabio e scartò l’ipotesi prima ancora di arrivare al primo semaforo. Fabio non sarebbe stato in grado di scrivere una poesia e non era nemmeno un gesto da lui.
Il telefono vibrò sul sedile. Fabio era stato evocato.
Veronica lasciò squillare senza rispondere; era la quinta chiamata da quella mattina. La sera precedente avevano litigato ancora, questa volta davanti a Giovanna e agli altri amici perché Fabio aveva definito il suo lavoro “la fase proletaria” e aveva aggiunto che, quando le fosse passata, avrebbe potuto tornare a occuparsi di cose serie.
Veronica gli aveva chiesto cosa intendesse per “cose serie”.
«La tua vita.»
Era stata quella risposta, più di tutte le altre, a farle capire ciò che, probabilmente, sapeva già da tempo; Fabio considerava la vita di Veronica un territorio sul quale aveva acquisito una specie di diritto di prelazione.

Lei non gli aveva risposto ed era andata via.
Quella mattina aveva trovato quattordici messaggi e il quindicesimo arrivò mentre parcheggiava davanti a casa.
Quando hai finito di fare la bambina chiamami.
Veronica lo lesse, aprì la conversazione e rimase per qualche secondo con le dita ferme sopra la tastiera prima di rispondere.
Non sto facendo la bambina. Sto cercando di capire chi sono quando smetto di fare quello che volete voi. E credo che tu faccia parte del problema.
Inviò.
Il telefono cominciò a squillare quasi immediatamente e lei lo spense, poi salì in camera, tirò fuori dalla borsa il foglio trovato sul parabrezza e lo appoggiò accanto alla macchina fotografica. Quella sera guardò più volte entrambe le cose.
Passarono tre giorni e Carlo non lasciò altri biglietti.
Se ne pentì circa venti volte e altrettante si convinse che fosse la scelta giusta. La poesia era stata un impulso e ripeterlo avrebbe potuto trasformare un gesto innocente in qualcosa di invadente o diventare, addirittura, noioso. Questa eventualità gli provocava un disagio quasi fisico.
«Tu hai un problema.»
Matteo era appoggiato allo stipite della porta della camera.
Carlo alzò gli occhi dal libro.
«Uno solo? Sto migliorando.»
«Da tre giorni guardi il parcheggio del supermercato come se dovesse atterrarci un’astronave.»
«Mi piace quel parcheggio.»
«Certo. È famoso. Patrimonio del NONESCO.»
Carlo tornò al libro, sorridendo, ma Matteo rimase fermo.
«C’è una ragazza.»
Carlo non reagì.
«Cristo, c’è davvero una ragazza.»
«Matteo.»
«Chi è?»
«Nessuno.»
«Perfetto. Finalmente ti sei innamorato di nessuno. Era statisticamente inevitabile.»
Carlo gli lanciò un cuscino e Matteo lo schivò ridendo, prima di sparire nel corridoio.
Quando rimase solo, Carlo si avvicinò di nuovo alla finestra per osservare la Mini nera parcheggiata al solito posto.
Al quarto giorno Veronica si accorse di essere delusa e fu proprio questo a preoccuparla.
Aveva controllato il parabrezza la prima sera quasi per gioco, la seconda con curiosità, la terza fingendo con se stessa che si trattasse, ormai, di un gesto automatico, la quarta dovette ammettere che stava aspettando qualcosa.
Durante i turni di quei giorni aveva cominciato a osservare i clienti con maggiore attenzione. Non cercava un uomo in particolare perché non aveva alcun elemento per immaginare chi fosse “il poeta”. Poteva trattarsi di uno studente, di un impiegato, magari di qualcuno che lavorava nei negozi vicini o persino di una persona che non era mai entrata nel supermercato.
Eppure, quando nel tardo pomeriggio vide il ragazzo dalla felpa blu avvicinarsi alla cassa con una bottiglia d’acqua e due confezioni di biscotti, qualcosa dentro di lei si smosse.
Lui la riconobbe. Veronica ne fu certa dal modo in cui rallentò appena prima di appoggiare gli acquisti sul nastro.
«Nessuna festa in programma?»
Carlo la guardò e, questa volta, riuscì, almeno in parte, a impedire al cervello di abbandonare il posto di comando.
«È stata annullata. Pochi iscritti.»
Veronica rise.
«Peccato. Il menù delle tue feste è sempre promettente.»
Carlo ricambiò il sorriso, passandosi una mano sul cappuccio con un gesto imbarazzato, pagò e, quando lei gli porse lo scontrino, le loro dita si sfiorarono appena. Fu un contatto insignificante, una frazione di secondo che avrebbe potuto non lasciare alcuna traccia, ma Carlo uscì dal supermercato sentendo quel tocco leggero ancora sulla mano.
Veronica lo seguì con gli occhi fino alla porta automatica.
Sul cartellino della divisa della ragazza c’era scritto VERONICA e Carlo lo aveva letto.
Quella sera il secondo biglietto apparve sotto il tergicristallo. Non era una vera e propria poesia, ma un messaggio di poche righe.
Non sempre so parlare,
ma le parole mi abitano dentro.
Forse è vigliaccheria scriverle,
ma, per ora, è l’unico coraggio che ho.
Veronica lo lesse e sorrise, poi sollevò lo sguardo verso il supermercato e successivamente verso i palazzi dall’altra parte della strada. Questa volta ebbe la sensazione precisa che l’autore fosse vicino e, per una frazione di secondo, le tornò alla mente il ragazzo con la felpa blu.
«Non mi dire che lavori ancora in quel posto.»
La voce di sua madre arrivò dalla porta della camera, mentre Veronica stava infilando la macchina fotografica nello zaino.
«Alle quattordici, come indicato dal sofisticato sistema dei turni.»
«Stasera vengono i Bernardi.»
«Salutameli.»
Sua madre entrò.
Era una donna elegante persino quando non doveva uscire di casa. Veronica l’aveva vista una sola volta indossare una tuta sportiva e ricordava l’episodio come un evento storico.
«Tuo padre ci tiene.»
«Papà tiene soprattutto a dimostrare ai Bernardi che sua figlia non ha perso completamente la testa.»
«Non essere ingiusta.»
Veronica chiuse lo zaino.
«Mamma, ho lasciato un’università che non volevo frequentare e ho trovato un lavoro. Non mi drogo, non rapino banche e non credo di essere entrata in una setta segreta. Possiamo ridimensionare la tragedia?»
La madre la guardò in silenzio.
«Sei sempre stata così.»
«Così come?»
«Convinta che scegliere qualcosa di diverso significhi necessariamente scegliere qualcosa di più vero.»
Veronica rimase immobile. Quella frase la colpì perché non conteneva soltanto la solita disapprovazione.
«E se fosse?»
Sua madre sospirò.
«Allora spero che tu abbia ragione.», le disse mentre usciva dalla camera.
Veronica rimase qualche istante a guardare la porta chiusa, poi prese lo zaino e, prima di andarsene, aprì il cassetto del comodino.
I due fogli erano lì. Li fotografò, non con l’intenzione di pubblicarli, ma soltanto per conservare il modo in cui la luce cadeva sulla carta.
Il terzo messaggio arrivò durante un pomeriggio di pioggia. Carlo aveva aspettato quasi mezz’ora sotto il portico di un negozio, controllando che nessuno lo vedesse attraversare il parcheggio. Aveva infilato il foglio in una bustina trasparente e lo aveva sistemato sotto il tergicristallo della Mini, poi era tornato verso casa con la sensazione ridicola di aver appena commesso un reato.
Veronica lo trovò durante la pausa. Era uscita per prendere una boccata d’aria e aveva visto la plastica emettere un riflesso luminoso da sotto il tergicristallo. La pioggia si era quasi fermata e sotto la tettoia all’ingresso del parcheggio aprì la busta e ne estrasse il foglio.
Ti guardo da lontano
come si guarda il mare di notte:
non conosco ancora la riva,
ma qualcosa dentro di me
continua a credere che esista.
Veronica rimase immobile, rileggendo quelle parole mentre qualcosa dentro di lei prendeva lentamente la forma di una decisione. Poi cercò una penna nella tasca, girò il foglio e, appoggiandolo come poteva sul cofano dell’auto, scrisse sul retro:
E se la riva volesse sapere chi la sta guardando?
Ripose il foglio sotto il tergicristallo, si voltò con la speranza che il misterioso ammiratore la stesse osservando e tornò verso l’ingresso del supermercato.

Dalla finestra del secondo piano, Carlo aveva, effettivamente, visto tutto. Aspettò che Veronica rientrasse e che le porte automatiche si richiudessero dietro di lei, poi scese le scale così velocemente che per poco non travolse una donna al piano terreno. Attraversò la strada e si fermò vicino al parcheggio.
Il cuore gli batteva all’impazzata. E se Veronica fosse rimasta vicino all’ingresso proprio per vedere chi sarebbe andato a recuperare il foglio? Carlo provò a guardare all’interno del supermercato e, non appena alcune macchine attraversarono il parcheggio creando una piccola barriera tra il negozio e l’auto, corse verso la Mini e prese il foglio.
Fece rapidamente rientro verso casa e si sedette sul muretto davanti al portone per leggere il messaggio lasciato da Veronica.
Matteo lo trovò lì, dieci minuti più tardi.
«Che cazzo stai facendo sotto la pioggia?»
Carlo alzò gli occhi e, per quanto provasse a controllarsi, stava sorridendo.
Matteo guardò il foglio nelle sue mani, poi il supermercato, infine tornò a fissare Carlo.
«No.»
Carlo non disse niente.
«Tu stai corteggiando una commessa con delle poesie?»
Silenzio.
Matteo si portò una mano alla fronte.
«Io vivo con Giacomo Leopardi.»
Carlo rise.
«Non dirlo a nessuno.»
«A chi vuoi che lo dica? Alla Polizia Postale?»
Carlo ripiegò il foglio con cura e Matteo, accorgendosi che dietro le risposte dell’amico c’era qualcosa di più serio, smise di scherzare.
«Ti ha risposto?»
Carlo annuì.
Matteo lo osservò per qualche secondo, poi sorrise.
«Allora forse non sei completamente senza speranza.»
Da quel momento qualcosa cambiò.
La risposta di Veronica aveva spostato il confine, dall’altra parte non c’era più soltanto una ragazza immaginata, ma qualcuno che aveva scelto di entrare nel gioco.
Quella consapevolezza spaventava un poco Carlo, ma, nello stesso tempo, rendeva tutto molto più reale e, proprio per questo, gli piaceva ancora di più.
Nei giorni successivi tornò spesso al supermercato, talvolta passava dalla cassa in cui c’era Veronica, altre volte no perché non voleva dare l’impressione di essere andato lì per cercarla.
Veronica, invece, lo cercava eccome e una sera che lo vide in fila nella cassa accanto alla sua, ne fu inspiegabilmente irritata.
Quando uscì trovò un nuovo foglio sul parabrezza.
Ho scoperto una cosa:
da lontano ero più coraggioso.
Veronica scoppiò a ridere e, sul retro, scrisse:
Me ne sono accorta.
La mattina seguente Carlo trovò la risposta e si rese definitivamente conto di essere stato scoperto.
Fabio ricomparve un venerdì sera.
Veronica aveva accettato di raggiungere Giovanna per un aperitivo, il primo dopo svariate settimane. Non aveva alcun desiderio di tornare alle vecchie abitudini, ma non voleva nemmeno trasformare la propria ribellione in un’altra prigione. Scegliere di cambiare alcune cose nella propria vita non significava necessariamente cancellare tutte le persone che ne avevano fatto parte.
Quando arrivò al locale, si accorse che anche Fabio era seduto al tavolo. Veronica si fermò istintivamente e quando Giovanna la vide, le andò subito incontro.
«Non sapevo sarebbe venuto anche lui.»
«Certo.»
«Vero, davvero.»
Fabio si alzò e si avvicinò a lei.
«Possiamo parlare?»
«No.»
«Cinque minuti.»
«Sono stata abbastanza chiara.»
«Sei sparita.»
Veronica lo guardò.
«Ti ho lasciato. È diverso.»
Fabio fece quel sorriso che lei conosceva bene, quello utilizzato quando voleva trasformare una ferita in una frecciata velenosa, prima che qualcuno si accorgesse di averlo colpito.
«Per fare cosa? Fotografare tramonti e battere scontrini?»
Qualche mese prima Veronica avrebbe probabilmente reagito rispondendo a tono per poi abbassare lo sguardo e cominciare a bere per non sentire più il fastidio. Quella sera, invece, si limitò a guardarlo a testa alta.
«Anche.»
Fabio smise di sorridere.
«Sei ridicola.»
Veronica annuì lentamente.
«Può darsi. Però sono ridicola senza di te, finalmente.»
Prese Giovanna per un braccio.
«Vieni a bere qualcosa al bancone?»
Non aspettò la risposta di Fabio.
Mentre si allontanavano, Giovanna la osservò con una curiosità che Veronica avvertì senza bisogno di voltarsi.
«Sei cambiata.»
Veronica pensò alla divisa del supermercato, alle discussioni con suo padre, alla macchina fotografica, ai fogli custoditi nel cassetto e a un ragazzo che diventava rosso quando lei gli parlava.
«No», rispose. «Credo di aver semplicemente smesso di fare tanta fatica per sembrare quella di prima.»
Mentre raggiungeva il bancone insieme a Giovanna, Veronica si rese conto che per anni aveva confuso la propria vita con il percorso che altri avevano disegnato per lei, seguendone docilmente le indicazioni come se uscire dal tracciato significasse perdersi. Forse crescere non voleva dire strappare quella pagina o rinnegare tutto ciò che era stata, ma poteva significare imparare a scriverci qualcosa di proprio, approfittando degli spazi lasciati liberi tra le righe.
Il giorno successivo Carlo arrivò al supermercato poco prima della chiusura.

Aveva pensato più volte a quel “Me ne sono accorta”, cercando inutilmente di stabilire quanto ci fosse davvero dentro quelle parole. Veronica aveva capito che era lui a lasciare i fogli sulla Mini, su questo ormai non poteva esserci alcun dubbio eppure non gli aveva chiesto spiegazioni e, soprattutto, non aveva fatto nulla per sottrarlo al piccolo anonimato dietro il quale si era nascosto fino a quel momento. Gli aveva semplicemente fatto sapere di averlo individuato, lasciandogli poi la libertà di decidere cosa fare di quella scoperta.
Quando lo vide avvicinarsi alla cassa, Veronica sollevò gli occhi e sorrise. Non era il sorriso distratto riservato a un cliente conosciuto e neppure quello divertito dei loro primi incontri, c’era qualcosa di più consapevole, quasi la complicità di chi custodisce un segreto che ormai non è più tale, ma continua a fingere che lo sia perché il gioco, in fondo, piace a entrambi.
«Ciao.»
«Ciao.»
Carlo cominciò a sistemare la spesa sul nastro.
«Giornata difficile?», gli chiese Veronica.
Lui alzò lo sguardo.
«Si vede così tanto?»
«Abbastanza.»
«Credevo di essere bravo a nascondere le cose.»
Veronica prese una confezione e la passò sul lettore senza guardarlo.
«Non sempre, in effetti.»
Carlo rimase immobile. Non c’era bisogno di chiederle a cosa si riferisse perché entrambi conoscevano la risposta e, per la prima volta, quella consapevolezza non sembrava creare imbarazzo, quanto piuttosto uno spazio nuovo nel quale muoversi.
«Dovrò esercitarmi.»
«Oppure potresti smettere.»
Questa volta fu lui a sorridere.
«Non sono sicuro di esserne capace.»
«Nemmeno io.»
La risposta le uscì con una naturalezza che parve sorprendere entrambi. Veronica abbassò gli occhi verso la cassa, fingendo di concentrarsi sullo scontrino, mentre Carlo continuò a guardarla, cercando di capire se quel “nemmeno io” riguardasse ancora la capacità di nascondersi o qualcosa che nessuno dei due aveva intenzione di nominare.
Dietro di lui qualcuno si schiarì rumorosamente la voce.
«Scusate, eh.»
Carlo raccolse la borsa, ma prima di allontanarsi rimase ancora un istante davanti a lei.
«Buona serata.»
«Anche a te.»
Questa volta Carlo non abbassò gli occhi e fu Veronica a doverlo fare per tornare al lavoro.
Quella sera non lasciò alcuna poesia sotto il tergicristallo e, quando alla fine del turno Veronica raggiunse la Mini e trovò il parabrezza vuoto, rimase ferma davanti all’auto, ma poi sorrise. Aveva avuto qualcosa di meglio: la sua voce.
Prima di salire in macchina sfiorò distrattamente il tergicristallo con le dita, soffermandosi proprio nel punto in cui, fino a pochi giorni prima, aveva trovato quei fogli piegati. Non aveva più bisogno di chiedersi chi li aveva lasciati e Carlo, ormai, non aveva alcuna ragione per continuare a nascondersi, eppure proprio per questo le dispiaceva pensare che quel modo insolito di parlarsi potesse finire lì, come se aver scoperto l’identità del poeta significasse dover rinunciare al linguaggio che li aveva fatti avvicinare.
All’inizio quelle poesie erano state il nascondiglio di Carlo e, per Veronica, il mistero di una voce senza volto. Adesso non erano più né l’una né l’altra cosa: erano diventate qualcosa che apparteneva a entrambi, un altro modo di comunicare, forse più intimo di quello che potevano concedersi davanti a una cassa, tra il rumore del lettore ottico e le persone in fila.
Quando, qualche giorno dopo, trovò di nuovo un foglio piegato sotto il tergicristallo, Veronica lo prese tra le dita e sorrise ancora prima di aprirlo.
Il gioco non era finito. Aveva soltanto cambiato regole.
Passarono altri giorni e la loro strana conoscenza continuò a vivere su due piani paralleli.
Alla cassa lo scambio era fatto di parole semplici e, soprattutto, molto rapide. Carlo scoprì che Veronica voleva diventare fotografa e che aveva lasciato gli studi di Giurisprudenza; Veronica seppe che lui frequentava la facoltà di Lettere.
«Avrei dovuto immaginarlo», gli disse sorridendo, con un evidente riferimento al loro scambio di missive.
Sui fogli, invece, riuscivano a dire ciò che a voce rimaneva impigliato e, non sempre, sotto forma di versi.
Una sera Veronica trovò una domanda.
Perché fotografi?
Ci pensò fino a casa.
La mattina seguente lasciò la risposta sul proprio parabrezza:
Perché le persone sono più vere nell’istante in cui dimenticano di essere guardate.
Carlo lesse quella risposta e con una penna aggiunse sotto:
Forse è proprio per questo che scrivo.
Veronica trovò il biglietto alla fine del turno e immediatamente lo fotografò.
Quella sera comprese, per la prima volta, cosa l’avesse attirata tanto in quello sconosciuto prima ancora di sapere chi fosse. Carlo non le aveva mai chiesto che cosa possedesse, chi fossero i suoi genitori, perché avesse lasciato l’università o se il lavoro alla cassa fosse soltanto una parentesi provvisoria. Aveva guardato semplicemente lei e per lei aveva scritto.
Per tutta la vita Veronica era stata circondata da persone che volevano decidere cosa sarebbe dovuta diventare, quel ragazzo, invece, sembrava interessato semplicemente a scoprire chi fosse lei in quel preciso istante.
Il problema era che Carlo non pareva decidersi ad andare oltre, aveva costruito un ponte e ora se ne stava fermo a metà, impaurito dall’idea di attraversarlo.
Matteo ascoltò la storia seduto sul tavolo della cucina.
«Fammi capire. Lei sa che sei tu.»
«Adesso sì.»
«Ti risponde.»
«Sì.»
«Parlate.»
«Qualche volta, in cassa, di fretta.»
«Ti piace?»
Carlo lo fulminò.
«Questa domanda era necessaria?»
«Sto cercando il punto in cui la situazione diventa complicata.»
Carlo si versò dell’acqua.
«Non so cosa succede adesso.»
Matteo lo guardò con un’espressione insolitamente seria.
«Succede che le chiedi di uscire.»
«Facile.»
«No. Semplice. Che è diverso.»
Carlo rimase in silenzio e Matteo lo guardò dritto negli occhi.
«Senti, io non capisco un cazzo di poesia e trovo abbastanza inquietante che tu abbia trasformato una Mini in una buca delle lettere. Però una cosa la capisco bene. Se continui a scriverle perché hai paura di parlarle, prima o poi le poesie smetteranno di essere un ponte e diventeranno una prigione.»
Carlo lo fissò.
«Da quando sei diventato saggio?»
«Da quando vivo con Leopardi.»
Quella notte Carlo non scrisse versi. Prese un foglio e rimase a lungo seduto alla scrivania, cercando, per una volta, di non rifugiarsi in una metafora.
Alla fine mise nero su bianco soltanto poche righe.
Veronica trovò il biglietto sul parabrezza alla fine del suo turno e lo aprì appena salita in macchina.
Le parole mi hanno portato fin qui.
Se continuo a usarle per nascondermi, non ci conosceremo mai davvero.
Domani sera, alle nove, sarò sotto i portici davanti al vecchio cinema e, se verrai, questa volta proverò a parlarti.
Veronica rimase a lungo a guardare il foglio, mentre una paura sottile, quella che precede le cose desiderate quando improvvisamente diventano possibili, cominciava a farsi spazio dentro di lei.
Fino a quel momento Carlo era stato principalmente ciò che lei aveva immaginato di lui. Il loro gioco tra le righe aveva concesso a entrambi il privilegio di immaginare quello che ancora non conoscevano l’una dell’altro.
Un incontro vero avrebbe tolto qualcosa al mistero e aggiunto tutto il resto: voce, esitazioni, difetti, silenzi e imbarazzi. Avrebbe aggiunto realtà.

Aprì il cassetto portaoggetti e tirò fuori la macchina fotografica. A volte, quando aveva bisogno di pensare, guardava il mondo attraverso il mirino, senza scattare.
Inquadrò il parabrezza, il parcheggio, le luci del supermercato e, infine, sollevò lentamente l’obiettivo verso il palazzo dall’altra parte della strada.
Dietro il vetro di una finestra illuminata intravide una figura. Abbassò la macchina fotografica e sorrise.
«Ti ho trovato.»
La sera successiva pioveva.
Carlo raggiunse il vecchio cinema alle otto e trentadue minuti, domandandosi perché fosse arrivato così presto. Alle otto e quarantuno decise che Veronica non sarebbe mai arrivata, quattro minuti più tardi si convinse che fosse meglio così e, alle otto e cinquantadue, cominciò seriamente a prepararsi a tornarsene a casa. Alle otto e cinquantotto la vide arrivare. Camminava sotto i portici con un ombrello chiuso nella mano, non indossava la divisa e Carlo si rese conto di averla vista, per lo più, dentro il supermercato.
Veronica rallentò il passo quando si trovò a pochi metri da lui e, per una manciata di interminabili secondi, nessuno disse niente.
Carlo si era preparato almeno quattro possibili frasi d’apertura, tutte abbastanza dignitose quando le aveva provate mentalmente e improvvisamente inutilizzabili adesso che Veronica era davvero lì, davanti a lui. Al supermercato poteva sempre rifugiarsi nella spesa, nel nastro della cassa, in qualcuno che aspettava alle sue spalle. Quando le scriveva aveva il tempo di scegliere ogni parola e persino di cancellarla, se non rendeva come avrebbe dovuto, ma lì non aveva né l’una né l’altra possibilità.
Fu Veronica a salvarlo.
«È strano.»
Carlo la guardò.
«Cosa?»
«Avere finalmente nello stesso posto il cliente e il poeta.»
Lui sorrise, abbassando appena gli occhi.
«Potresti restarne delusa.»
«Dal cliente o dal poeta?»
«Temo che ormai siano un problema unico.»
Veronica rise.
«Non ne sarei così sicura. Uno dei due è decisamente più coraggioso.»
«Devo indovinare quale?»
«Quello che può pensare mezz’ora prima di scrivere una frase.»
Carlo portò una mano alla fronte con aria rassegnata.
«Sei decisamente più cattiva lontana dal registratore di cassa.», le disse sorridendo.
«Sto solo cercando di capire quale dei due mi piace di più.»
Carlo la fissò e per un istante non trovò nulla con cui difendersi.
Veronica se ne accorse e il sorriso le si addolcì.
«Vedi? Il poeta avrebbe già trovato qualcosa da dire.»
«Il poeta ha il vantaggio di poter cancellare.»
«E il cliente?»
Carlo esitò appena, poi sostenne il suo sguardo.
«Il cliente, a quanto pare, può solo rischiare.»
Questa volta Veronica non rispose subito. Lo guardò come se quella frase avesse finalmente accorciato una distanza che fino a quel momento avevano attraversato soltanto sulla carta.
«Non sta andando malissimo.», disse.
Carlo sorrise.
«Sono passati due minuti.»
«Appunto. Record personale?»
Lui abbassò gli occhi ridendo.
«Sì, sei decisamente più cattiva fuori dal supermercato.»
«E tu parli molto più di quanto lasci intendere nelle poesie.»
«Non esageriamo.»
Ripresero a camminare senza avere deciso dove andare e fu forse proprio quella mancanza di programma a rendere tutto più naturale.
Sotto i portici parlarono dell’università, del lavoro, di Matteo, della fotografia. Carlo le raccontò della moneta che lo aveva costretto ad andare a fare la spesa il giorno in cui l’aveva incontrata e Veronica rise così forte che una coppia davanti a loro si voltò.
«Quindi devo tutto a una moneta.»
«A una moneta e all’indimenticabile spesa che feci quel giorno.»
«Romantico per davvero.», chiosò Veronica con tono ironico.
Camminarono ancora e, a poco a poco, Carlo smise di controllare ogni frase prima di pronunciarla. Ogni tanto inciampava nelle parole, altre volte lasciava che un silenzio si prendesse troppo spazio, ma Veronica non sembrava aspettare una versione migliore di lui, lo osservava mentre parlava, con semplicità e interesse.
A un certo punto Veronica si fermò.
«Posso chiederti una cosa?»
Carlo annuì.
«Perché io?»
Carlo si appoggiò alla colonna del portico e guardò la strada, cercando una risposta che non suonasse più costruita di quanto fosse vera.
«Non lo so.»
Veronica aggrottò la fronte.
«Questa sarebbe la risposta del poeta?»
«È la risposta vera.», sussurrò prima di rimanere per un istante in silenzio.
«Ti ho guardata e mi è successo qualcosa. Non sapevo niente di te, non sapevo come ti chiamassi, non sapevo della fotografia, della tua famiglia… Non credo di essermi innamorato di te davanti a una confezione di salatini, se è questo che vuoi sapere. Sarebbe inquietante. Però ho sentito il desiderio di scoprire chi eri e, siccome non sarei mai riuscito a chiedertelo, ho cominciato a scriverti.»
Veronica lasciò che quelle parole trovassero posto dentro di lei. Per settimane aveva cercato Carlo nei fogli che lasciava sul parabrezza, immaginando che la parte più autentica di lui abitasse lì, protetta dalla carta e dalla distanza; ora, invece, era l’uomo davanti a lei a pronunciare qualcosa che il poeta non aveva mai scritto e si accorse che era proprio questo a emozionarla.
«E adesso?»
Carlo la guardò finalmente negli occhi.
«Adesso te lo sto chiedendo.»
Lei non rispose subito, aprì la borsa e tirò fuori una fotografia.
«Ho una cosa per te.»
Carlo la prese tra le mani.
Ritraeva il primo foglio sul parabrezza della Mini, illuminato da un’intensa luce obliqua. Attraverso il vetro si vedeva il riflesso del supermercato e, molto più lontano, sfocato, quello del palazzo di fronte.
Sul retro Veronica aveva scritto la data del giorno in cui aveva trovato la prima poesia.
«Perché l’hai fotografata?»
«Perché avevo paura di perderla.»
Carlo passò il pollice sul bordo della fotografia.
«La poesia?»
Veronica scosse appena la testa.
«L’emozione che mi hai fatto provare.»
Carlo ebbe la sensazione di ritornare alla stessa distanza del loro primo incontro, lui incapace di trovare le parole, lei in attesa, separati, allora, da qualcosa che sembrava enorme e che adesso occupava soltanto pochi centimetri.
Veronica allungò la mano.
«Vieni.»
«Dove?»
«A bere qualcosa.»
Carlo abbassò lo sguardo sulla mano che lei gli tendeva e tornò a cercare i suoi occhi, ancora incredulo che tutta quella distanza, costruita per settimane attraverso vetri, parcheggi e fogli piegati, potesse essersi ridotta a un gesto tanto semplice.

«È un appuntamento?»
«Non montarti la testa. Sto ancora valutando.»
«Che cosa?»
«Voglio capire se, senza carta e penna, sei davvero così interessante.»
Carlo sospirò.
«Allora sono fottuto.»
Veronica rise e intrecciò le dita alle sue.
Ripresero a camminare e, dopo pochi passi, Carlo si fermò.
«Aspetta.»
«Che c’è?»
«La prima volta che mi hai visto mi hai chiesto se stavo organizzando una festa di terza media.»
«Me lo ricordo.»
«Avevo trovato una risposta bellissima.»
«Ah sì? Quale?»
Carlo la guardò per un istante, poi scosse la testa.
«L’ho dimenticata.»
Lei scoppiò a ridere.
Questa volta Carlo non ebbe bisogno di pensare a cosa avrebbe potuto dire e si limitò a stringerle con delicatezza la mano, continuando a camminare accanto a lei mentre, alle loro spalle, il vecchio cinema rimaneva chiuso e la pioggia ricominciava a cadere oltre il riparo dei portici.
Nella tasca della giacca, una fotografia custodiva il punto esatto in cui tutto era cominciato: il foglio sul parabrezza, la luce riflessa nel vetro, qualcosa nato quasi per errore il giorno in cui una moneta era caduta dalla parte sbagliata. O forse, pensò Carlo, finalmente da quella giusta.